Il mese scorso, in occasione delle celebrazioni per i 15 anni di ACT, Associazione Carcere e Territorio con cui collaboriamo, è stato indetto un concorso letterario dal titolo “Palla al piede” con a tema il carcere cui hanno partecipato gli studenti delle scuole superiori che hanno voluto aderire all’iniziativa. E’ stato un modo per cercare di sensibilizzare i ragazzi più giovani riguardo un aspetto della nostra società troppo spesso ignorato, sottovaluto e svalutato. All’interno di Canton Mombello e Verziano alcuni detenuti sono studenti di scuole superiori bresciane che danno loro la possibilità di conseguire la maturità negli istituti di pena. Uno di loro, Redouane, studente al quarto anno del Tartaglia ha partecipato con un tema al concorso di ACT qualificandosi terzo. Come articolo di chiusura, per quest’anno, abbiamo deciso di pubblicare il suo tema: siamo orgogliose di lui, della forza di volontà che sta dimostrando cercando di riprendere in mano, passo dopo passo, la sua vita attraverso lo studio, la scuola e l’impegno.
Ricordo la mia libertà, avevo un lavoro, la vita era regolata da orari ben precisi e da relazioni affettive (i miei familiari, una ragazza) come qualsiasi altra persona al mondo.
Un giorno però fui arrestato, venni condotto in caserma per l’identificazione e quindi tradotto in carcere.
Era l’alba di un triste periodo di primavera, iniziò la mia carcerazione che sconvolse la mia vita in un lampo.
Da quel giorno la mia vita non dipende più da me, ma da altre persone che decidono per me, mi dicono cosa posso o non posso fare.
Mi sono trovato in un luogo regolato dal silenzio in cui il tempo scorre angosciosamente lento.
Il ricordo dei momenti felici del passato fa molto male in questo luogo dove ci si trova soli, con il cuore ferito dalla tristezza, dalla lontananza dei propri cari e della tua terra.
Questo è il regno de rumore delle chiavi che aprono e chiudono porte d’acciaio che sbattono emettendo un rumore sordo che scuote.
Lo spazio è ridotto, al di sotto del minimo indispensabile alla sopravvivenza.
Si passa la maggior parte del tempo in cella con persone di culture, etnie religiose diverse, ciascuno con il proprio carattere. Anche se i nostri “compagni di viaggio” non li abbiamo scelti noi, io cerco di andare d’accordo con tutti.
La sera, quando sono solo nella mia fredda brnda, pensieri e ricordi si affollano nella mia mente, penso ai miei cari lontani e a tutti gli affetti lasciati fuori, oltre queste sbarre. A volte, il ricordo mi blocca la mente, il respiro quasi mi manca, la testa sembra scoppiare. Gli amici di un tempo sono svaniti come neve al sole; l’unico sostegno, l’unica certezza rimasta, è la famiglia.
La privazione della libertà ti porta ad apprezzare cose che in passato parevano scontate o banali, come fare una passeggiata in centro o bere un caffè al bar con un amico, ma che ora assumono un grande valore.
Appena giungi in questo luogo di sofferenza, i primi giorni sono i più difficili, ti senti moralmente a pezzi, sei confuso e disorientato, provi sensazioni difficili da descrivere a parole. Ti senti come se la tua vita fosse finita, senza speranza e man mano che passa il tempo subentra l’abitudine e non serve più pensare, ricordare, sperare; se vuoi sopravvivere devi solo adattarti a questa condizione e in questo modo realizzi sempre di più quanto sia importante l’affetto dei tuoi cari, l’amore di una donna.
Quando sei chiuso in carcere sei dunque costretto a riflettere sui tuoi errori e provi a tirare le somme della tua vita, capisci il disagio provocato dalle tue azioni alla famiglia. I tuoi cari vengono a trovarti tutte le settimane e ciò comporta loro grande sofferenza e fatica oltre ai sacrifici economici per il mantenimento in carcere.
Servono soldi per le sigarette e le cose personali, per il mangiare, il caffè e per l’avvocato. Quando pensi al lavoro e alla tua libertà pensi, a tutto il dolore provocato, arrivi alla conclusione che nella vita bisogna porsi un obiettivo e cercare di raggiungerlo senza compromessi e scorciatoie così da svolgere la propria vita onestamente, senza furbizie e azioni illegali.
Bisogna anche imparare a dire di no alle proposte negative che a volte ti vengono offerte. Bisogna essere in grado di valutare la situazione autonomamente; spesso le persone poco istruite vengono plagiate da persone senza scrupoli che le usano per i loro interessi.
La maggior parte delle persone detenute, sono persone poco o per niente istruite.
Penso che chi possiede una certa cultura difficilmente commette reati mentre chi non ha cultura ha meno alternative, continua a commettere reati e perciò ad entrare ed uscire dalla prigione. Ad un certo punto però si trova completamente solo, senza famiglia, so rende conto di non aver costruito nulla nella vita che risulta perciò un completo fallimento, una strada lastricata di errori, cadute, umiliazioni e delusioni. Troppo tardi!
Bisogna intraprendere un cammino impegnativo verso la reintegrazione sociale e partecipare alla rieducazione.
Io ho avuto la fortuna di potere frequentare la scuola in carcere durante la detenzione e questo mi ha permesso di capire tante cose della vita e sviluppare pensieri positivi senza essere condizionato da nessuno.
La ricchezza non è fatta di cose materiali ma di cultura, rispetto, educazione, affetto!
Bisogna saper fare tesoro di questa esperienza senza dimenticare il passato in modo da poter aspirare ad un futuro migliore, ad esempio si deve tendere ad un vero cambiamento morale, frutto di un percorso intimo di maturazione e di cambiamento.
Per gli stranieri detenuti, lontani dal loro paese, la detenzione è ancora più dura da sopportare a causa della lontananza della propria famiglia, senza colloqui, a volte senza avvocato e senza mezzi di sostentamento. Ci si sente dimenticati, il dolore è forte e i brutti pensieri ti tormentano senza tregua.
La vita è una battaglia continua, ricca di imprevisti ed imboscate, una battaglia di cui solo il tuo destino conosce l’esito.
Non auguro a nessuno di entrare in questo luogo e rovinare così la propria vita e far soffrire le persone che si amano. Quello che mi auguro è un futuro migliore per tutti noi, bisogna avere la forza di reagire, di ricostruire se stessi e la propria vita o almeno ciò che resta, raccogliere i pezzi del mosaico e tentare di ricomporlo intraprendendo un difficile ma utile percorso di reinserimento e di rieducazione.
Io, da solo, mi sono messo proprio una bella palla al piede!!!
Bouadili Redouane – Istituto Tartaglia
