Il fiore dello stupore

Lacrime in tangenziale 1 giugno 2012 06:00

Lacrime in tangenziale Ep. 14
Brevi storie di un’umanità svarionata che incontrai lungo la via di Damasco

Quando inizi a studiare filosofia, al liceo, forse la prima cosa che ti spiegano è la citazione dell‘Aristotele:

Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. 

Lo stupirsi di trovarti di fronte a qualcosa di cui non sai, che vorresti ma non puoi. Spalanchi la bocca (attento eh! che ci entra dentro un moschino) e la pupilla che s’allarga perché il mondo, ancora, una volta, un’altra, t’ha riservato una sorpresa.

Come quel tizio, l’altro giorno, che era fermo, sul treno, osservava i campi fuori. Fissava il panorama perso. Anzi, immerso di gioia dentro il giallo delle spighe che sono montagne per le formiche. Era felice. Lo si vedeva. Un raggio, dal sole.

Si stupiva per ogni cosa. Di quella telefona, di qualcuno che gli chiedeva di uscire, di un sorriso, di una sua capacità che scopriva d’avere, del fatto che nessuno, più, lo giudicava. E più lo stupore dentro lui s’espandeva, più lui non capiva come mai, lui si stupisse proprio di potersi meritare del bene.

Non era abituato. Aveva vissuto anni in quella foresta, solo. Aveva mangiato bacche e ucciso ragni, sempre. Riceveva schiaffi e botte e risa e sputi e odio e cerbottane che sputano anch’esse stucco marrone e ancora, imperterritamente gli dicevano: “No, in piscina a casa mia non ci vieni“.

E ora, oggi, quasi estate, un piccolo fiore, acerbo, mica bello. Fa fatica a sbocciare, spinge lui, forza, si sforza, come quando siamo sul water, avete presente? Che spingi, spingi, ti concentri, perché quel che uscirà sarà la tua più grande opera. Quel fiore era inutile, manco aveva petali, cresciuto sul bordo di un marciapiede con le auto, lo smog, le ruote, tonde, grosse, brutte, cattive, che per un pelo, ogni giorno, quasi lo schiacciavano, ma lui che, ogni giorno, scampava alla morte come se un destino vago avesse scritto che doveva sopravvivere perché il ragazzo di cui sopra lo vedesse, si stupisse e piangesse.