Nina Zilli – L’amore è femmina

BE IN MUSIC 31 maggio 2012 08:16

Trovare l’America non è mai stato così facile. Con L’amore è femmina Nina Zilli ci catapulta nella Detroit degli anni ’60. La piacentina, cresciuta a pane e Motown, dimostra con evidenza che le sonorità del debutto con Sempre lontano (2010) non erano una semplice e furba strizzata d’occhio alle melodie di winehousiana fattura tanto in voga negli ultimi anni ma il genere è alla base del suo bagaglio musicale, le scorre nelle vene e le fa vibrare le corde vocali.

Il disco si apre con un brano depistante. Per le strade nulla ha a che fare con il rhythm and blues, autentica spina dorsale della tracklist. I synth e la stesura ritmica di Pacifico proiettano la cantante in un’atmosfera serrata, desolante e nostalgica, tipicamente anni ’80.

A differenza del precedente, questo album si arricchisce di una componente vintage tutta italiana. Vari pilastri della nostra storia musicale vengono presi ad esempio e riproposti in tematiche e suoni in più di un pezzo. Eclatante il richiamo a Mina nella splendida ballad sanremese Per sempre, mentre in Lasciatemi dormire le trombe ricordano Se telefonando e si vestono di funky. La casa sull’albero è specchio del periodo ecologista (Il ragazzo della via Gluck, Un albero di trenta piani ecc.) del molleggiato Adriano Celentano, infine Anna si pone come ponte fra quest’ultimo e il Battisti più scanzonato e “tremendo”.

La Nina Zilli più a suo agio viene alla luce in Una notte, L’inverno all’improvviso e Un’altra estate, godibile rocksteady con testo di Carmen Consoli, tutte naturali conseguenze del primo disco della cantautrice. La forza delle sue hit più conosciute – 50 mila e L’uomo che amava le donne – invece, si esprime nella coinvolgente title-track L’amore è femmina, il vero tormentone dell’album. Strofe incalzanti e ritornello orecchiabilissimo per un brano alla Blues Brothers che conquisterà le radio nei prossimi mesi.

La doppietta debole dell’album è composta da Piangono le viole e Non qui. Nella prima riecheggiano a tratti Price tag di Jessie J, a tratti Romantica di Tony Dallara. Nella seconda, una ballad uscita male nonostante l’arrangiamento curato, un inciso dal sapore western apre ad una melodia troppo confusa unita ad un’interpretazione eccessiva.

L’autentico gioiello dell’album è La felicità, scritta da Diego Mancino. Una disamina musicalmente distante dalle altre tracce, figlia di un cantautorato contemporaneo introspettivo e delicato. E’ però tematicamente lucida, appassionata e malinconica sulla difficoltà di raggiungere emozioni positive vivendo in una società e in un’epoca che imbriglia nella routine, in modi di fare e di pensare materialisti. Allo stesso tempo si pone come una dichiarazione d’intenti propositiva per far sì che l’amore, il fil rouge di questo consigliato lavoro retrò, prima o poi trionfi.