Nella ScatolaDelleMeraviglie, il FuoriSalone

E20,FREE TIME 9 maggio 2012 00:37

Dal 1980, gruppi di studi di design industriale ed arredo esponevano in modo autonomo nella città di Milano nella settimana di concomitanza al Salone del Mobile. La rivista Interni, che si occupa di design propone così la risposta della cultura urbana ad uno degli eventi più attesi della città: dal 1991 lo slogan “Milano capitale del design” , la pubblicazione del catalogo di eventi e l’esposizione nei chiostri  della Ca’Grande, hanno ufficialmente dato avvio al FuoriSalone. Sembra di  tornare alla risposta dell’ esposizione del Salon della Parigi 1863 : i pittori  esclusi dalla giuria, espongono al Salon des Refusés, clamoroso contro-evento che, sui libri di storia dell’arte ricorda l’inizio del coloratissimo periodo impressionista.

Certo, ci si rifiuta di pensare ad un’accademia che nella Milano-fine-XXsecolo escluda qualcuno, come successe a Manet e combriccola; in questo caso si presuppone che la collocazione fuori dal “Salone” sia stata frutto della selezione naturale, derivata da un mix di quantità spropositata di innovazione da parte di aziende illuminate e illuminanti del settore, genialità nel brand marketing, e perchè no, la lungimiranza di chi già sapeva la risposta della città alla proposta della cultura urbana.

Il FuoriSalone da contro-evento è diventato evento imperdibile per tutti:ci sono aziende che scelgono di non partecipare più alla fiera, ma certe di accaparrarsi anche l’attenzione dell’esperto, concentrano tutta l’esposizione al FuoriSalone. E scelgono di stupirvi con effetti speciali.

Per capire cos’è il FuoriSalone: immagina di essere da qualche parte, immagina che ti venga  consegnata una scatola-delle-meraviglie nella quale guardarci dentro. Immagina di essere risucchiato nella scatola e all’improvviso il luogo che ti pareva famigliare viene trasformato completamente in qualcosa di magico e coloratissimo. Ecco. Ora ripeti l’operazione spostandoti in altri punti della città. E alla fine sarai stanco ma soddisfatto.

Le zone che hanno interessato la settimana del design sono numerose: il culture-design district di via Ventura e Lambrate, Via Mecenate, Brera, la zona Most, via Tortona, Porta Venezia e Porta Romana.

Per godersi appieno la Design week converrebbe certo dedicarci più di una giornata, e soprattutto lasciarsi trascinare anche dagli eventi serali. Ma qui vale anche il detto “chi si accontenta gode”. E il godimento è garantito.

Arrivando alla stazione di Lambrate, in pochi minuti si viene trascinati dall’atmosfera della zona Lambrate-Ventura. I pois di spray colorato sui marciapiedi conducono in via Conte Rosso, all’esposizione di Design&Isud, una prima impressione super-positiva del Fuorisalone. Molti dei progetti esposti sono nati all’Università di Genova e nell’Associazione Designers senza Frontiere:  si tratta spesso di prototipi che associano una ricerca su oggetti necessari nei Sud del Mondo, ripensati però con materiali disponibili in loco e secondo una visione più artigianale. Glowing Water, ad esempio, è un propagatore di luce, che commercializzato come lampada elettrica favorirebbe la creazione e distribuzione dello stesso nella versione a candela nei Paesi in via di sviluppo, dove l’energia elettrica non è ancora diffusa capillarmente. Il design dovrebbe unire l’utile al bello. In questo caso aggiunge anche l’elemento solidale. E guadagna punti.

Colpiscono molto le location scelte dai designers: la maggior parte delle volte si entra in case, edifici o stabili con la fatiscenza per comun denominatore. Difficile accorgersene, a meno che si abbia la necessità compulsiva di guardare cosa sostituisce il cielo in un interno. Il resto è mascherato da autentiche meraviglie. Lo studio olandese Laikingland ha scelto come spazio espositivo una vecchia officina, dove pare il meccanico proprietario sia scappato all’arrivo dei designers, lasciando tutta l’attrezzatura: cacciaviti, chiavi inglesi, bulloni e brugole compresi.

 Via Ventura, ex zona di fabbriche Innocenti e Faema, oggi riqualificata a culture district, presenta invece esposizioni molto più ricercate e location d’effetto. Veri studi di designers e architetti, i quali lasciano al mondo la porta aperta sul loro mondo, e si divertono a guardare i curiosi rubare un pezzo delle loro vite. E’ il caso dell’esposizione di  NoahGuitars,  designer di chitarre, che ha esposto in un loft dove oltre alle chitarre anche l’angolo cucina è stato offerto all’occhio dei visitatori; una vera gioia per chi non riesce a darsi pace nel chiedersi dove sia il limite tra lo spettacolo e la realtà. Al contrario, alla galleria Han, è autentica l’emozione dell’artista-designer-gallerista-chi lo sa?! che sorpreso da una folla attenta e numerosa attorno ai suoi lavori, sfila dalla tasca l’Iphone per fare una fotografia.

 Il viaggio prosegue, e via Ventura al n. 4 ospita la sede d’esposizione del Royal College of Art. La famosa scatola delle meraviglie fa uno scherzo e regala il gioco delle matrioska, moltiplicando lo stimolo visivo. Ogni angolo delle stanze che ospitano le esposizioni sollecita l’occhio e stuzzica la mente. Lasciata ad una parete poco valorizzata, una visiera a specchio da mettere sul naso, in modo da poter vedere il cielo senza dover alzare gli occhi. Studi e pezzi  fra i più disparati, come l’Ento Box: golosissima lunch box futuristica, della quale le polpettine sono a base di insetti (si presume il loro inserimento nella nostra dieta possa apportare beneficio e aumento proteico). Bene, per fortuna questa era la prova di presentazione e non veniva richiesto l’assaggio.

La cucina è sempre di casa quando si parla di design, e Sambonet rende omaggio allo studio di Gio Ponti sulla forma delle posate in una bella esposizione al civico 6. Perché le posate hanno delle forme che non rendono onore al loro metodo d’impiego? Le spiegazioni, scritte come appunti sui muri gialli, contrastano con le fotografie in bianco e nero.

Al FuoriSalone è impossibile farsi sfuggire quanto il design sia realmente vivibile e tangibile, soprattutto se messo a confronto con l’arte fine a sé stessa. Gli allestimenti sono sì elementi scenografici, ma il visitatore è chiamato a far parte della scena proprio grazie all’utilità di quanto esposto. Sedie e poltrone sono gli elementi più gettonati in questo gioco di partecipazione: fuori dallo spazio Ikea una serie di sedie da giardino colorate hanno creato un piccolo Hyde Park con gente spaparanzata a riposarsi e godere del sole timido di un sabato pomeriggio di aprile.

Il Brera Design district, racchiuso tra le vie parallele Garibaldi e Solferino, stupisce perché ci si aspettano allestimenti d’impatto. Invece fa trovare questa zona piacevole e chic, così come la si vedrebbe tutti i giorni, con i suoi bistrot e localini, fra i quali gli spazi del design sono già perfettamente inseriti. Come recita la mappa di questo distretto, c’è il meglio del design tutto l’anno. Design green–oriented e l’attenzione per la scelta dei materiali sono i concetti chiave: il vaso per far crescere i fiori e la comodissima sdraio sono stati realizzati in cartone riciclato. Con l’eco-sostenibilità, un design raffinato e lussuoso, che non finisce di subire il fascino della tradizione e del passato e, che al capitolo dei materiali, aggiunge il rame e la ceramica.

Il riposo per gli occhi e la passeggiata tranquilla che aveva regalato il distretto di Brera, vengono subito dimenticati all’arrivo in via Tortona, zona cult e distretto giovane e innovativo.
Gli ex stabilimenti produttivi tra i quali l’Ansaldo e il vecchio edificio delle poste, sono stati inglobati in un progetto di naturale culturalizzazione della zona: architetti e designers sono stati attratti dai grandi spazi funzionali, dai materiali costruttivi semplici come ferro e mattoni, dalla luce presente in quantità industriale in questi edifici; perciò hanno scelto di eleggerli a loro officina creativa. All’ ex edificio postale, sul soffitto, grandi sfere al neon bianche; da un lato, Franke, azienda produttrice di cucine, dedica una mostra agli utensili di design: un salto nella memoria riporta alla cucina della nonna, ai ricordi dell’infanzia e alle mode attuali. Homesick. Dall’altro lato, la mostra Slow Seating è un omaggio a sedie e poltrone fonti di riposo per natiche di lusso.

I grandi spazi di Superstudio Più, in via Tortona 27, regalano allestimenti scenografici mozzafiato: il paesaggio collinare creato da Alcantara, in un percorso multisensoriale; l’installazione di Foscarini che propone la scoperta della natura attraverso scenografie e installazioni video: un filo d’erba, una goccia d’acqua, un soffio di vento vengono scomposti e ingranditi sui mega schermi, regalando suggestioni visive e sonore di grande sensibilità. Nel buio, le sedie laccate rosse e bianche, sospese da terra, sono invece la scenografica installazione di Kusch. Di giorno non si è potuta ammirare la trovata geniale di Carrera: la cupola luminescente che crea il sole anche di notte. Magia, magia.

Un occhio all’ora, il vago ricordo di un treno in partenza, la corsa alla metro. La promessa che via Tortona meriterà sicuramente più tempo il prossimo anno. Uno sbadiglio, un sogno colorato. Poi la stazione. Fine del viaggio.

Alla prossima, Scatola-delle-meraviglie!