Lacrime in tangenziale Ep. 10
Brevi storie di un’umanità svarionata che incontrai lungo la via di Damasco
Una bestemmia, feroce, invase l’aria. L’urlo attraversò le tenebre e giunse, in gamba tesa, nelle orecchie del mondo. ”Maledetto bastardo!! Fermati!” si sentì questo lamento di cemento, un graffio d’odio, di ferro che macina.
S’aggiunse un rumore circolare, continuo, un motore che cigola e tutti si voltarono: un’auto silenziosa, moderna, camminava per la strada. Dietro di lei una figura tonda, grossa, grassa, non greca, appoggiata a un motorino che inseguiva l’auto urlandogli contro.
Un ciccione sul motorino con le chiappe che non trovavano spazio sulla sella, ma sfuggivano ai lati, cascavano, strabordavano e le manone gonfie sul manubrio, strette. “Figlio di puttana! T’ammazzo!” sbraitava contro l’auto che scompariva nel mistero. Un gruppetto di persone si spaventò, salirono tutti in fretta sui loro veicoli, lì accesero e via, fuggirono.
Solo uno rimane sulla sua auto. Tenne il finestrino alzato, ma rimase lì, immobile. Sentite l’odore? Sì, il vento che tira, la voglia che sale, tu lo sai che ti vuoi avvicinare a quella, la paura, la puzza di paura ti piace. Quanto è bello stringerlo per i capelli, domarlo, il terrore? Quanto ti fai sentire vivo passare con il rosso e mettere la mano sul fuoco?
Il ciccione sul motorino passò a lato dell’automobile. Si fermò di fronte al finestrino. “Ehi te, c’hai una sigaretta?” urlò con il vento che gli tagliava in due la faccia e passando attraverso il casco movimentava le sue guanciotte mostruose. Due occhi rossi, alcool, piccoli piccoli, sprofondavano in esse.
Una notte come tante in una città come tante. Il tizio rispose “No, non fumo” e tremava il cretino. Il ciccione replicò: “Domani ti faccio vedere…”. Ma non si capì ciò che disse. Si mangiava le parole nello stesso modo in cui si mangiava le torte trangugiava le lettere senza respirare.
E non lo si dovrebbe chiamar ciccione, grasso, mostro e schifo. Lui era un niente dimenticato, un esplosione che alterò il quotidiano per poi riandarsene da dover era venuto: l’autodistruzione al nostro interno.
