Sunshine – “Non siamo altro che polvere di stelle”

Cinema,COOLTURA 31 marzo 2012 10:16

Titolo: Sunshine

Regia: Danny Boyle

Genere: Fantascienza / Thriller

Durata: 108 minuti

A molti non sarà sfuggito come, nell’ultimo ventennio, i film di fantascienza, originariamente considerati di serie B, siano arrivati ad essere uno degli ingranaggi principali della macchina industriale di Hollywood, sostenuti da budget e ambizioni di serie A. Ciò è dovuto, salvo rare eccezioni, a innumerevoli virate verso l’action, l’horror e il catastrofico. Potremmo stare qui per ore a parlare di invasioni aliene, eroi che combattono per la libertà del genere umano, muovendosi in mondi distopici, a volte di inevitabile ispirazione Orwelliana, o ancora di efficaci contaminazioni umoristiche, come Guida galattica per autostoppisti. La virata verso l’azione non manca nemmeno in pellicole più profonde e cesellate come Inception e il reboot di Star Trek di Abrams, per non parlare del sopravvalutato Avatar. In parole povere, sono pochi i registi intenzionati a portare sullo schermo uno dei lati più old school della fantascienza: il semplice confronto Uomo-Spazio ignoto/pericoloso, che ha trovato la sua piena consacrazione con 2001: Odissea nello spazio e Solaris, inevitabili metri di paragone per i lavori a seguire.

Passiamo a questo Sunshine, uscito un po’ in sordina nel 2007, floppando al box office e trovando tiepida accoglienza da parte di pubblico e critica. Il regista è il britannico Danny Boyle, eclettico e videoclipparo, già autore del cult grottesco Trainspotting e di 28 giorni dopo, perno di rinnovamento del genere zombie. Sceneggiato da Alex Garland (seconda collaborazione con Boyle) e magnificamente musicato da John Murphy (idem come sopra), il film parla di una squadra di giovani astronauti (in primo piano il fisico Robert Capa, interpretato da Cillian Murphy) diretti verso un Sole morente, a bordo dell’astronave Icarus II, con l’obiettivo di rianimarlo attraverso il lancio di una immensa bomba nucleare, la cui fabbricazione ha impiegato tutto il materiale fissile rimasto sulla Terra. La missione inizia a prendere una brutta piega, con alcuni incidenti e il ritrovamento della nave gemella Icarus I, che fallì nel primo tentativo per ragioni ignote. Il morale e la sanità mentale dell’equipaggio iniziano a crollare sotto la tensione e i crescenti pericoli.

Che dire di questa pellicola? Non originale nella trama, colpevole di qualche sbavatura, ma esteticamente ed emotivamente appagante: attraverso una colonna sonora d’impatto, uno stile cromatico tendente al dorato (d’altronde, stiamo viaggiando verso un Sole accecante!) e una resa titaneggiante (com’è giusto che sia) dello Spazio, il film trascina lo spettatore in un viaggio verso la fantascienza più classica (atmosfera che verrà brutalmente spezzata nella seconda parte), dove la salvezza del genere umano grava sulle spalle di pochi, fragili individui, che si ritrovano a dover incidere sulla sorte di un intero sistema solare, dinanzi al quale non sono niente (memorabile la frase: Non siamo altro che polvere di stelle).

I giovani protagonisti si sforzano di apparire come astronauti e scienziati, e non come uomini d’azione o, peggio ancora, ragazzini instabili catapultati su una bomba semovente. Certo, forse qualche conflitto violento/crollo psicologico di troppo potrebbe esasperare l’atmosfera della pellicola, già parzialmente compromessa dalla deriva horror in seguito al ritrovamento della Icarus II, ma è un difetto perdonabile: sebbene questi ragazzi facciano parte di un equipaggio selezionatissimo e professionale, non dimentichiamoci che la missione, probabilmente suicida, ha lo scopo di salvare la razza umana, avvicinandosi al Sole per provocare un’esplosione dalla potenza inaudita. Lo Spazio che circonda la nave è caratterizzato da un’ostile bellezza: viviamo circondati da un’immensità da lasciare a bocca aperta, ma che potrebbe ucciderci in mille modi.

Ammirevole il tentativo del regista, coadiuvato da scenografie ed effetti speciali all’altezza, di ritornare a una fantascienza più visionaria e intimistica (un invisibile filone del decennio passato, di cui fanno parte piccole perle come The Fountain e Moon), dove l’astronauta Kubrickiano è costretto a fronteggiare l’ignoto, in balia di forze più grandi di lui, con il solo aiuto di compagni di viaggio e/o macchine non completamente affidabili. Un intento riuscito, purtroppo, solo a metà: qualche calo di ritmo nella seconda parte, condita da un’evitabile piega dal sapore horror-slasher. Fortunatamente, superata la comparsa di un antagonista stereotipato e pretestuoso, il film si risolleva grazie a un finale dalla portata epica, dove il sacrificio assoluto dei protagonisti sopravvissuti si può riassumere nella memorabile scena del salto verso la bomba: lodevole nella sua realizzazione, strafalcioni scientifici a parte. Questo aggettivo è applicabile a tutto il film, che ogni appassionato di sci-fi dovrebbe comunque vedere almeno una volta.