La collana Contromano di Laterza è sicuramente uno dei progetti editoriali più interessanti degli ultimi anni. Caratterizzata dalle copertine graficamente impeccabili di Onze, la casa editrice divisa tra Roma e Bari riesce a raccontare il nostro tempo e il nostro Paese con stile ed efficacia. L’idea alla base della collana è semplice: alcuni autori contemporanei (celebri oppure no, ma tutti indubbiamente validi) sono invitati a parlare della propria città, o della zona in cui sono cresciuti. Per il resto, viene lasciata la più totale libertà di espressione: così Culicchia ha raccontato Torino parlandone come se si trattasse di una casa – casa sua, per l’esattezza – e dividendo la città tra cucina, salotto, camera da letto, eccetera; Carofiglio ha usato l’espediente di un incontro tra vecchi amici che si erano persi di vista per visitare la città con gli occhi allo stesso tempo dell’indigeno, dell’emigrato e del turista.
Romolo Bugaro, invece, ha scelto di parlare di Padova, la sua città, come capitale del ricco e laborioso Nordest. Lui che è un avvocato sessantenne, realizzato, e che per due volte è stato selezionato per il Premio Campiello, si trova forse nella condizione adatta per descrivere un luogo che è stato al centro di un’accelerazione economica senza paragoni. E di riuscire a farlo con la rara sensibilità di chi è capace di riflettere su quanto gli sta accadendo tutto intorno. Il libro di cui stiamo parlando – un testo agile, dalla scrittura accattivante – si intitola Bea Vita! e ha come occhiello, semplicemente, Crudo Nordest.
Come viene raccontato in uno dei primi capitoli, «Bea Vita!» è l’esclamazione in dialetto veneto con la quale Bugaro veniva apostrofato tutte le sere, alle sette e mezza, dal suo amico-collega con il quale divideva lo studio. Bella vita, a sottolineare il fatto che smetteva di lavorare troppo presto. Che si occupava troppo poco di rivedere atti, controllare fascicoli, studiare sentenze.
Il libro di Bugaro è fatto di personaggi come questo: giovani rampanti, ossessionati dal lavoro e dal successo. Ossessionati dagli spritz delle sette e mezza, e dall’alcol come unica occasione di svago. È un libro fatto di ragazze con contratti precari che, durante la pausa pranzo, sognano davanti alle vetrine dell’esclusiva via San Fermo. Di sacrifici e soldi risparmiati per borse che valgono quanto due, addirittura tre stipendi mensili. Di donne di trentacinque anni che mostrano se stesse ai passanti. Che portano in giro telefonini ultrapiatti, guanti di Hermès e sciarpe Burberry. Di capitani d’impresa sull’orlo del fallimento, che vivono la perdita delle amicizie, degli affetti, del sonno. Di uomini e donne che hanno dimenticato da dove vengono, ma che sanno benissimo dove vogliono arrivare. Che apprezzano Berlusconi e Tremonti, perché vedono in loro il mezzo per raggiungere il benessere e la sicurezza.
Scrive l’autore: «L’intero Nordest è la terra del superlavoro. Popolato di persone abituate a spingere senza un attimo di tregua, costantemente disponibili all’oltrepassamento dei propri limiti di resistenza». Il libro è stato pubblicato nel 2010, quando gli effetti della crisi cominciavano già a essere tangibili. Sarebbe interessante leggerne un’edizione aggiornata fra un paio d’anni, per scoprire che fine avranno fatto tutti quei giovani educati al successo e condannati, dalla Storia, alla nullità.
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Non è un paese per vecchi
