Ci vediamo a casa. Una Dolcenera già sentita, non molto lontana dalle sonorità a cui ci ha abituati con gli ultimi pezzi di successo, con un brano sì radiofonico ma che non fa strappare i capelli. Un arrangiamento povero, pop-dance standard arricchito dall’orchestra che con gli archi fa il suo dovere ma il testo è banalizzato da una melodia trascurabile. 5
Un pallone. Samuele Bersani non aiutato dai problemi di salute che lo hanno colpito negli ultimi giorni presenta una canzonetta piacevole. Arrangiamento buffo, simpatico, sembra uscito da un cartone animato. Il testo, che non si riesce a percepire alla perfezione a dirla tutta, anche in questo caso supera la musica ma non è malaccio. Certo, non è Replay ma a Samuele il pregio di sapersi reinventare. 6
Sono solo parole. Noemi dopo aver litigato col parrucchiere e la costumista sale sul palco e canta un pezzo di Fabrizio Moro. Si parte in sordina, il primo refrain è sottotono, poi è l’ugola a prendersi la scena ma fra tante parole, ripetute troppe volte, l’emozione fa fatica a prendere il largo e il pezzo ad un primo ascolto non convince. 6
La tua bellezza. Francesco Renga suggestiona il pubblico con una buona canzone, in perfetto stile sanremese, sorretta da un arrangiamento potente ed arioso e una resa vocale fra le migliori della serata. Da tenere d’occhio. 8
Al posto del mondo. Chiara Civello, il mistero del Festival. Big presa per i capelli (il fatto che sia la compagna di Rocco Papaleo può essere una buona motivazione?), entra in gara con un pezzo edito, presentato un paio d’anni fa da Daniele Magro, cantato malissimo. Pare e dico pare sia una jazzista. Pare e dico pare sia famosa nel mondo. Tanta apparenza e poca sostanza in pratica. 4
Grande mistero. Irene Fornaciari, altra Big poco Big, con un pezzo scritto da Van De Sfroos rianima per pochi minuti una serata piatta. Non ha la verve dell’autore, le riesce difficile articolare il bellissimo ‘favoleggiante’ testo scrittole, inoltre la presenza scenica ricorda gli spettacoli degli animatori Alpitour. Canzone superiore all’interprete. 6
Non è l’inferno. Emma Marrone vestita da leprecano parla di crisi e guerre vissute (!?). Banale e demagogica, con atteggiamento da sessantottina incazzata, canta su una base d’acchiappo in pieno stile Modà che riscatta solo in parte un pessimo testo. Un risultato non credibile ma sicuramente un pacchetto ben studiato per fare breccia nel tele-ascoltatore italiano medio. 5
Canzone per un figlio. I Marlene Kuntz, come da pronostico, portano un brano dall’eliminazione facile. Melodia noiosa, un blando soft-rock che esplode in maniera caotica nel refrain con le trombe a rovinare il tutto e un testo importante che però lo sfiatato Cristiano Godano non riesce a biascicare bene. Outsider particolarmente out. 5
E tu lo chiami Dio. Eugenio Finardi e la sua preghiera laica commuovono. La voce intensa accarezza l’orecchio e si muove sinuosamente fra note semplici ma efficaci. L’interpretazione superba e vigorosa non passa inosservata. 8
Respirare. Gigi D’Alessio e Loredana Bertè. Chi si interrogava sul significato dell’aggettivo “neomelodico” (made in Napoli) stasera avrà avuto risposta. Il trash al quale il Festival ogni anno non rinuncia ha i suoi validi esponenti con la coppia che non t’aspetti, Richard Benson e il paninaro sfigatello. Il brano, che doveva stupire, si rivela del tutto fuori luogo. 1
Per sempre. Nina Zilli abbandona il soul/r&b per prestare la voce ad una toccante pop-ballad anni ’60. Intensa l’interpretazione, avvolgenti la melodia e l’arrangiamento per un pezzo che farà parlar di sé. Papabile vincitrice? 8
Nanì. Pierdavide Carone e Lucio Dalla. Il cantautore emergente preso per mano dall’istrionico maestro. Un incontro generazionale che racconta con tatto e delicatezza una storia sporca. Il tema sempreverde dell’amore per la prostituta si dipinge di candore e l’energia dell’arrangiamento appassionante emoziona. 7
La notte. Arisa si spoglia del personaggio della stupidina occhialuta per mettere al centro dell’attenzione la sua bellissima e limpida voce. Si poteva osare un po’ di più musicalmente, il brano gira su se stesso ma la resa finale è lodevole. Una svolta da promuovere. 7
Sei tu. I Matia Bazar raccattano nuovamente Silvia Mezzanotte e si ripresentano all’Ariston dopo anni d’oblio. Oscuro il motivo. Un pezzo antico e scontato, dai suoni e le parole che riecheggiano gli anni ’90. Un po’ kitch. 4
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http://www.facebook.com/elConfo Nicola Confortini



