Il fallimento. Quanto lo si teme? Quant’è grande il pericolo di restarne vittima, colpevole e consapevole? E soprattutto chi ha paura del fallimento? La risposta è tutti (noi, voi, essi) o almeno quasi. E da sempre. Il timore di cadere in basso, di perdersi nell’oblio, di battere le ginocchia al suolo ci perseguita. Una psicosi che, io credo, esiste da sempre, accesa ad intermittenza in tutte le epoche. Così l’esperienza del non riuscire diviene la più alta (o la più bassa) vergogna umana. I dettami della statistica, le persone e i fatti della Storia, la teoria della Filosofia in molti casi dimostrano come il fallimento non possa assolutamente essere considerato elemento extra ordinario. Ossia, fuori da quel che normalmente accade (o da ciò che noi per primi spesso ci aspettiamo accada). Eppure il fallimento lo temiamo e lo appuntiamo con severità. Lo bisbigliamo da brave perpetue, lo spifferiamo ipocritamente al dirimpettaio. Quando riguarda altri.
Sul tema del fallimento mi ci hanno fatto tornare le pagine de “Il soccombente” di Thomas Bernhard, edito in Germania nel 1983. La storia racconta, in un flusso di coscienza ininterrotto, le vicende di tre pianisti, restituite negli esiti di una riflessione estemporanea di uno dei tre nei minuti d’attesa trascorsi nella sala da pranzo di una locanda austriaca. Un tempo che si dilata permettendo al personaggio narrante di dipingere, come in un quadro espressionista, la drammatica fisionomia di tre destini diversi: quello di Glenn Gould, prodigio, talento e genio riconosciuto; Wertheimer, virtuoso ma artisticamente meno dotato, infelice cosmico alle prese con non pochi dissidi interiori. E infine la bocca dalla quale prende voce l’intero racconto. La voce di un terzo personaggio, cinico, rassegnato, per certi aspetti, un esempio di post moderna inettitudine, inabissato nel grigiore della mediocrità. Sopravvissuto a sé e agli altri due.
Insomma una gamma di colori esistenziali; da Glenn Gould , il vero “essere” in maniera piena e assoluta a Wertheimer, sua diretta antitesi, ovverosia il “non essere”. Vite fragili, come tutte, messe qui in discussione da un esercizio pianistico sulle note delle Variazioni di Goldberg. Tra gli affetti che legano i tre e le invidie.
“Ognuno di noi fallisce per motivi diversissimi e tra loro contrastanti”, spiega Wertheimer in un passaggio.
L’universalizzazione del fallimento. Semplicemente per ricordare quanto esso appartenga ad ognuno di noi. Senza “migliori” né “peggiori”.
Personalmente non ho una visione catastrofista del fallimento. Credo piuttosto sia una parte consistente e ricorrente del vivere e una delle possibili, nonché più frequenti, conseguenze dell’agire umano. L’altro lato della medaglia, il culo del successo. Il 50 di ogni altro 50, il testa o croce che si gioca ogni partita. Una negatività scaturita da altre negatività. Cause, casi, colpe. A fare la differenza è la coscienza che ne si ha. Solo in questa è possibile cercare (e trovare) positività, relegando il fallimento in sé a un ruolo esclusivamente funzionale. Parlo di un cambio di prospettiva: ripartire da un errore per fare meglio. Un continuo labor limae che definisce in modo sempre più netto la nostra personalità. Come lo scalpello scolpisce il marmo, scartando il superfluo.
Ci hanno insegnato a escludere l’errore. Lo diceva il progresso. E anche la politica, prima di caderci dentro e legittimare finalmente la teoria e la pratica del collasso.
Io dico che l’errore c’è. C’è sempre. Il grande sforzo di volontà è saperlo evitare. Il coraggio è superarlo.
Sempre Wertheimer:
“Non avevo la capacità di concentrarmi su questo mio desiderio fino al limite estremo, disse, e i nostri desideri si realizzano solo se su di essi ci concentriamo fino al limite estremo”.
