Tacco 13 o 13 tacchetti?

FREE TIME,Sport 1 febbraio 2012 00:10

Non so cosa mi abbia attratto di questo sport, eppure mamma aveva insistito tanto con la pallavolo e il basket. Tutte quelle storie sull’importanza del karate per difendersi e il nuoto per essere al sicuro anche in acqua. E si, anche mia sorella, molto convincente con la ginnastica artistica.

Così a soli nove anni mi ritrovavo a dire a papà che le domeniche sarei stata impegnata, e lo skipass stagionale non lo volevo più!

foto di Chiara Cadeddu

Forse perché non si pensa che una ragazza possa essere nata per questo sport, forse perché mi sento a casa quando entro nello spogliatoio e incontro loro, le ragazze con cui ogni inverno respiro aria ghiacciata, le stesse con cui d’estate mi trovo a fare partitelle anche a campionato finito sotto il sole cocente.
Il calcio femminile è sempre stato uno sport all’ombra di quello maschile.
Il tempo passava e a 13 anni andai nella mia prima squadra femminile, come noi altre ragazze partecipavano al campionato CSI: eravamo circa in una decina.
Ogni gruppo ha il suo percorso, ci sono squadre che nascono dalla fusione o dalla scissione di altre due, molte, più semplicemente, dall’incontro delle calciatrici di una stessa zona. Talvolta qualcuno dall’alto va alla ricerca di una formazione vincente setacciando le ragazze tra le proprie conoscenze, o, al contrario, è il gruppo stesso che si forma dal basso e va alla disperata ricerca di un allenatore, una società o un oratorio che gli permetta di allenarsi e partecipare a un campionato senza costi troppo elevati.
Il tempo è passato e a oggi di squadre se ne contano 42, ognuna è differente e ha la propria storia.
Ho 23 anni e posso dire di essere cresciuta tirando calci ad un pallone.
Mi sentivo grande per il numero 9 stampato sulla maglia, perché l’emozione che provi nel vedere gonfiarsi la rete e portare la tua squadra in vantaggio è inspiegabile. Ho capito, però, che ogni ruolo va vissuto con umiltà : non è il numero di una maglietta o un goal che ti fa sentire importante ma è una squadra che crede in te e soprattutto in se stessa.
Grazie al calcio ho imparato a mantenere gli impegni presi nonostante tutto: non c’è divertimento o problema personale, pioggia o freddo che mi terrà lontano da quel campo.
Ho imparato a vincere rispettando l’avversario.
Ho imparato che si perde e si vince… insieme.
Ho imparato ad andare d’accordo anche con le persone che non mi andavano a genio di primo acchito, perché se devi vedere una persona tre volte a settimana e giocarci insieme devi sapere anche trovare con lei una sintonia.
Ho imparato che, come due ballerini in perfetta armonia, una buona squadra deve essere soprattutto affiatata per poter vincere, la differenza è che le teste da sintonizzare sono circa una quindicina.
Ho quindi imparato che col calcio persino il sapore di una sconfitta diventa più dolce se affrontato con le ragazze che con te dividono il campo.

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