Cosa aspettarsi dai creatori di due delle serie di maggior successo degli ultimi anni, Brad Falchuck e Ryan Murphy,(Glee, Nip /Tuck) se non una produzione di altissimo livello che, abbandonando coretti, balletti e le lussuose cliniche hollywoodiane, vira verso atmosfere più cupe e torbide con American Horror Story.
Vera protagonista delle dodici puntate è la suntuosa e allo stesso tempo inquietante villa vittoriana in cui decide di trasferirsi la famiglia Harmon, composta da Ben (Dylan McDermott), padre psichiatra e fedifrago, dalla moglie Vivien (Connie Britton), ex violoncellista con un aborto e la scoperta di tradimento alle spalle, e dalla figlia Violet (Taissa Farmiga),adolescente che sente addosso tutto il peso della situazione familiare e che sfoga con pratiche autolesioniste.Si ritroveranno invece ad avere a che fare con una casa piena di misteri e tragedie e un vicinato invadente e misterioso, dove spicca su tutti la vera regina di questa serie, la vicina Constance, interpretata magistralmente da Jessica Lange. L’orrore si intreccia perfettamente con il dramma familiare, poiché proprio grazie alla mancanza di comunicazione, che regna sovrana tra gli Harmon, riescono a farsi largo personaggi inquietanti e sensuali. Come la cameriera da sempre al servizio della casa, che Ben vede giovane ammiccante e sensuale in reggicalze, mentre il resto della famiglia vede anziana con un occhio vacuo. O Violet che inizia una relazione con Tate, paziente psicotico del padre, che sembra comparire dal nulla. Vivien che fa sesso con un uomo in tuta di latex, pensando che sia il marito, ma non senza che sorga qualche dubbio nella mente della donna
.La trama è apparentemente senza un filo logico, spezzettata come episodi tra i vari personaggi, che vivono la quotidianità e allo stesso tempo sono trasportati in incubi e allucinazioni spaventose ma irresistibili. Il tutto aiutato da un montaggio anch’esso cupo e frammentato, dando risalto alla “carne” in tutte le sue accezioni.
Ci troviamo di fronte a un prodotto di qualità, pregno di citazioni e riferimenti (ad esempio nel secondo episodio, troviamo un chiaro rimando a Charles Manson) che con immagini forti volutamente trash, a tratti anche splatter, ci trasporta in un covo di perversioni e paure: la mente umana. Sperando che non cada (come per le ultime due serie di Nip/Tuck) in un vortice di ridicolo e cattivo gusto.
