“La mia anima è ovunque tu sia”: noir in Langa tra presente, passato e amore partigiano

COOLTURA,Libri 23 novembre 2011 21:05

La copertina del libro

Costruire un romanzo mettendo insieme la guerra partigiana, una storia d’amore diventato, con il tempo, rancore, un tesoro che viene dal passato e la cui esistenza ha il sapore di una leggenda, tramandata dalle voci di una città all’apparenza placida, ma figlia di un territorio evocativo come le Langhe piemontesi, non è certamente impresa facile. Ci riesce però il giornalista Aldo Cazzullo, nel suo “La mia anima è ovunque tu sia”, pubblicato da Mondadori proprio in questo 2011. A dire il vero l’opera lascia un senso complessivo di scrittura da “urgenza narrativa”: non è un male, è come sentire raccontare una storia ed esserne colpiti al punto di desiderare di trasformarla subito in un libro, un bisogno di fissare luoghi e personaggi che lascia, per contro, poco spazio a quell’approfondimento che avrebbe portato il romanzo a un livello superiore. Tolta questa considerazione “La mia anima è ovunque tu sia” rimane una buona lettura, con un testo snello, pulito e ben scritto. Tutta la storia è ambientata ad Alba, in provincia di Cuneo, e nei suoi dintorni: quelle Langhedi cui abbiamo accennato in precedenza e che sono state il fulcro di una intensa lotta partigiana, nonché luogo di nascita di grandi autori italiani come Pavese, Arpino e Fenoglio (quest’ultimo omaggiato nel libro da un personaggio soprannominato “Johnny” e da altri piccoli spunti). Il racconto si alterna tra tre diverse annate: il 2011, il 1963 e il 1945. Una scelta interessante, questa, poiché permette di raggiungere il finale attraverso un incastro di verità che si svelano grazie al confronto tra presente e passato. Tutto inizia nei nostri giorni, quando Domenico Moresco, un anziano e ricco imprenditore vinicolo di Alba, partigiano sulle colline durante la Seconda Guerra Mondiale, viene trovato morto nel bosco dove si trovava per raccogliere funghi. Sul suo corpo gli inquirenti rinvengono una vecchia mostrina dell’esercito nazista, lasciata probabilmente dall’assassino come una sorta di messaggio. A indagare sul caso si ritrovano un ispettore e un commissario meridionali (ben descritto il loro approccio da “stranieri” in un ambiente geloso e ermetico com’è quello delle Langhe), ma anche una avvenente detective privata, Sylvie, ingaggiata da Antonio Tibaldi, rivale in affari di Moresco (anche lui è titolare di un piccolo impero vinicolo), nonché suo ex-compagno al tempo della guerra civile. E’ proprio sui due vecchi partigiani, diventati ricchi imprenditori, che aleggia la leggenda di un tesoro confiscato durante il conflitto mondiale e che avrebbe dato origine alle loro fortune. La leggenda è custodita da un altro partigiano, Amilcare Braida, impiegato di Tibaldi e aspirante romanziere. Nel corso delle indagini emergono intrecci con un parroco, complice nella spartizione e nella conservazione del tesoro, e, soprattutto, con una grande storia d’amore datata 1945, che lega con un ulteriore filo di rimorso e rabbia Moresco e Tibaldi. Tra i vari salti temporali a delinearsi è anche una figura nuova, che diventerà protagonista del colpo di scena finale: qui però ci fermiamo, lasciando spazio alla lettura di una storia originale e affascinante come il territorio nella quale è ambientata.