Qualche giorno fa una notizia in ambito musicale mi ha colpito in maniera particolare; lo scioglimento degli R.E.M., dopo oltre trent’anni di carriera. Gli R.E.M. hanno dato un grosso contributo allo sviluppo del rock “alternativo” e influenzato molti artisti nel corso del tempo.
Volete provare a conoscere meglio gli R.E.M.? Non potete lasciarvi sfuggire Automatic for the people, quello che è stato considerato uno dei loro migliori lavori di sempre.
Fu pubblicato nel 1992 subito dopo Out of Time, il loro maggior successo commerciale (quello di “Losing my religion” per intenderci), l’album che all’epoca diede una definitiva consacrazione internazionale alla band.
Automatic doveva in origine essere un album diverso da Out of Time, più aggressivo (questo obiettivo verrà in realtà raggiunto col successivo, Monster); ma in realtà ne riprende le sonorità, vista anche la vicinanza temporale tra i due dischi.
A differenza di Out of Time, però, Automatic abbandona i fronzoli pop, country e “barocchi”; è un disco più intimo e
maturo, che affronta temi come la morte, la vecchiaia e il ricordo. Da questa atmosfera malinconica traspaiono anche riferimenti positivi quali non lasciarsi andare e non arrendersi alle difficoltà della vita.
A livello musicale si potrebbe definire un tipico prodotto “alla R.E.M.”: acustico, con chitarra (Buck) a far da guida e basso e batteria (Mills e Berry) ad accompagnare. Da segnalare: gli arrangiamenti di alcune canzoni sono di John Paul Jones (ex Led Zeppelin).
Il disco si apre con “Drive” (primo singolo estratto dall’album) che incita i giovani a non lasciarsi mettere i piedi in testa dalla classe politica. Altro pezzo orientato politicamente, una sorta di urlo contro il sistema, è “Ignoreland”.
La canzone più famosa dell’album è probabilmente “Everybody Hurts”, un invito a resistere alla tentazione del suicidio e un incoraggiamento a proseguire e a liberarsi dal dolore.
Il protagonista si arrende invece in “Try not to breathe”; un uomo che dopo aver vissuto una vita intensa e piena sente la fine avvicinarsi e vuole farla finita.
Dopo il pezzo strumentale “New Orleans instrumental No.1”, ecco “Sweetness Follows” (la ritrovate nel film “Vanilla Sky” con Tom Cruise e Penelope Cruz); una delle più grevi del disco con il suo affrontare il tema drammatico di un lutto familiare.
Sempre la morte è il tema di “Monty got a raw deal”, che fa riferimento a Montgomery Clift, famoso attore degli anni ’50 scomparso tragicamente.
Non mancano ovviamente i nonsense tipici della produzione di Stipe e soci: i loro testi sono spesso criptici e anche Automatic non fa eccezione. Un esempio è “The sidewinder sleeps tonite” senza dubbio il pezzo dal tono più scanzonato ed allegro di tutto il disco (e terzo singolo estratto) con protagonista tra l’altro un senzatetto paragonato a un serpente che dorme arrotolato (!); ma anche “Star my kitten”, una canzone che parla di una relazione sessuale intensa ma complicata (curiosità: il titolo sarebbe dovuto essere “Fuck me kitten”, ma per evitare problemi di censura venne utilizzato…un asterisco, ovvero star in inglese).
Le “perle” del disco si trovano però nel trittico finale: “Man on the moon”, dedicata alla vita di Andy Kaufman, (un comico americano; la canzone ha poi dato il titolo a un famoso film con Jim Carrey) col tempo è diventata una delle preferite dal pubblico e dalla band stessa e un must dei concerti. “Nightswimming” è una suggestiva ballata che descrive con immagini evocative un episodio adolescenziale. Altro pezzo malinconico in chiusura: “Find the river”.
Ultima curiosità: il titolo dell’album deriva dal motto di un ristoratore di Athens (Georgia), la città degli R.E.M.: Automatic for the people, appunto.

