L’ insostenibile leggerezza dell’essere una taglia 44.
Miss Italia 2011 punta sulla 44: è la fine del velinismo! Ma aimè vince una 40.
Miss napoletana vince il titolo di Miss Curve taglia 44. Ma è una 42.
Le passerelle aprono alla taglia 44, ma io ad ogni sfilata non ne individuo mai nemmeno una sotto la 38..
E’ tornato il modello di donna mediterranea e burrosa! Sì ma: abbronzata perché lampadata, formosa perché rifatta ed asciutta perchè non mangia e si ammazza di palestra.
Il fattore “taglia” è un problema. Eppure sarebbe meglio se non lo fosse.
La continua pressione dei media, l’imposizione di modelli predefiniti sembra volersi riscattare concedendo una ‘possibilità’ anche alla taglia 44 (e più).
Il punto è che già il termine “concedere” ha un nonsochè di strano e suona come un “autorizzare” un “rendere possibile”…se poi ci aggiungiamo il fatto che alla fine nessuna di queste gentildonne verrà mai premiata per l’unica colpa di condurre una vita assecondando le proprie voglie alimentari, allora la situazione cambia.
Ci abbiamo provato con il modello anni ‘50 della donna formosa.
Ci abbiamo provato con Sofia Loren e Stefania Sandrelli negli anni ‘60.
Ci abbiamo provato con Serena Grandi negli anni ‘70 e con Sabrina Salerno negli anni ‘80.
Ma dagli anni ‘90 in poi l’indice del peso ideale nella moda pare essere questo:
anni ‘50 e ‘60: 1.73 per 60-61 kg
anni ‘70 e ‘80: 1.73 per 53 kg
anni ‘90: 1.79 per 50 kg (e anche meno)
Attualmente la media delle donne italiane e’ nella fascia 1.63 per 60 kg circa.
Già dai tempi di Twiggy, la moda pareva essere influenzata da questa filiforme “novità” che fu però solo un’icona di stile ( non una bomba sexy, non una donna carica di sex appeal, non il desiderio sessuale del genere maschile). Twiggy però, non era anoressica, la sua era una magrezza naturale, ma non tutte riescono ad esserlo come lei ed è per questo che credono di poter vivere con soltanto 600 calorie al giorno…
per questo non tendo a giudicare chi, (per sua fortuna) nasce in formissima e cresce in formissima pur senza rinunciare ai piaceri della vita, bensì il mio giudizio verte su chi, ancora una volta perché fortemente condizionato, muta le sue abitudini e le sue piccole dolcezze per rincorrere qualcosa che è sulla cresta dell’onda.
Il fattore che porta noi taglie 44 ad affermare con allegria che “stiamo bene così” non è né una forma di rassegnazione né una forma di superiorità…è semplicemente la consapevolezza che, lungo il corso di una vita intera, gli sforzi di questo tipo non sono da noi contemplabili: sono problemi che si sommano a problemi più importanti, sono pianificazioni delle quantità di cibo da ingerire, sono sensi di colpa che quella dannata scatola chiamata tv dichiara di non ficcarci in testa ed invece ottiene l’effetto contrario. Chi è più forte sa di poter valere anche con un baule ben accessoriato, chi non lo è inizia una dieta, si compra le mutande contenitive, elimina i carboidrati e sorride solo a Pasqua ed a Natale.
Ed allora, via di modelli genuini: anche Jennifer Lopez ha il sedere largo, anche Shakira è piatta ed anche Rihanna ha le cosce grosse… ci aggrappiamo giustamente a quelle pochissime imperfette che hanno puntato sì sulla bellezza, ma su quella meno stereotipata.
Il mio è un giudizio di parte, penserete voi… ho una 44, mi sento spesso felice e realizzata ed ho quasi sempre avuto un discreto successo con gli uomini. Invece no. Metto bocca su quelle persone che, alla ricerca di se stesse o semplicemente in fase di crescita, si rovinano di convinzioni ben radicate a causa della loro povertà di personalità. A vent’anni (a meno che ci sia di mezzo un problema di salute) non è il caso di bollire il pesce senza sale o di rinunciare ad una cappuccio+brioches. A vent’anni (ma anche a 30, 40, 50, 60 e 70) si può mangiare il kebab alle tre di notte, si possono mangiare le patatine fritte alle feste popolari e si possono assaggiare i muffin in fase di cottura. Purchè tutto ciò non diventi una cattiva abitudine.
Prima di essere donne formose, si è donne… poi si può decidere se A-ammazzarsi di sforzi per cambiare la propria costituzione e di conseguenza de-naturalizzare completamente il proprio essere per essere qualcun altro, oppure B-costruire attorno ai propri “difettucci” una specie di arma a doppio taglio, una forma di autoironia, un punto di forza….che alla fine piace assai, garantisco.Parlo anche per esperienza: durante la mia difficoltosa fase post-adolescenziale ho capito di non essere come tutte le altre. Ho capito di essere stata matura a 11-12 e 13 anni e stupida dai 14 ai 17. Ne consegue che nel tetro periodo della mia superficialità ho frequentato dietologi e palestre per cambiare le mie caratteristiche. I risultati? Seno inesistente (considerando che normalmente ho una terza piena), braccia da bambina malnutrita e tensione palpabile in tutti gli arti del mio corpo (testa e mente comprese). Media degli esami dati in università in un semestre: 1.
Il cammino di crescita e di auto-accettazione inizia con l’eliminazione degli stereotipi, prosegue con la creazione di propri spazi nei quali poter riflettere su cosa caspita vogliamo cambiare di noi e perchè caspita vogliamo farlo. Se ne vale la pena, se la scelta è motivata, se costituisce un modo per stare anche psicologicamente meglio, allora perseguire nei propri intenti non è poi così sbagliato…ma se l’auto-proibizione di piccoli piaceri comporta l’accettazione di una vita all’ ombra di un modello visto e stravisto, beh allora tantovale rimanere “originali” come si è.
Che la già sopracitata scatola infernale (TV) ci lanci novità (quali appunto l’introduzione di nuove regole di bellezza più accettabili ed umane) non è altro che una copertura per la preoccupazione che si cela dietro tutto questo pericolo mediatico. Sta all’intelligenza umana saper selezionare che cosa è umanamente ammirabile e raggiungibile e cosa invece è assolutamente triste desiderare: le gambe non le avremo mai più lunghe e le extencion costano 300 euro.
Ecco, questi 300 euro spendeteli in una collezione di Kubrik o in un lancio dal paracadute.
C’è bisogno di adrenalina genuina in questo mondo di plastica.
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Zelda


